Storia

Il vino e la vite hanno segnato la cultura e la storia dei paesi collinari, un legame che nasce lontano nei tempi, riconosciuto dalla qualità del vino prodotto, frutto della vocazionalità del territorio e della laboriosa professionalità di questa gente.
Se curiosi sono i vini prodotti sulla collina di San Colombano, proprio per la particolarità della zona di produzione, non è da meno l'origine del nome del paese collinare più grande e della viticoltura stessa. Entrambi pare siano dovuti al frate irlandese Colombano, successivamente elevato al rango di Santo dalla Chiesa per la meritoria opera di evangelizzazione compiuta. Non si sa se tra le due cose - vale a dire, in che modo, la viticoltura abbia aiutato l'evangelizzazione o viceversa - ma è bello pensare che una Doc abbia una così nobile origine.

E' comunque verosimile che la coltivazione della vite si sia diffusa in questi luoghi e proprio in quell'epoca grazie all'opera dei monaci seguaci del frate irlandese, legati alla coltivazione della vite da esigenze di culto e guidati dalla conoscenza delle opere di agronomia dei classici, che gli amanuensi dell'ordine ricopiavano su pergamene.
E' interessante ricostruire, attraverso alcuni riferimenti storici, come la coltivazione della vite e la produzione del vino di qualità sia sempre stata una prerogativa del Colle e degli abitanti dei paesi collinari.

- il primo importante riferimento è il diploma del 19 novembre 1371 di Galeazzo Visconti che riguarda in modo diretto l'intensificazione della coltura del Colle e che instaura una vera colonizzazione per bonificare ed abitare queste terre con il rilascio di campi e terre da roncarsi e mettersi a piantagione; un miglioramento radicale e sistematico del territorio e la nascia della piccola proprietà lavoratrice, anche se giuridicamente oberata da oneri perpetui o temporanei verso il concedente.


- Un secolo dopo (1470), venne tolto il dazio sull'imbottato per continuare una politica di favore per assicurare la permanenza dei nuovi ospiti, data l'utilità dell'opera agricola già certamente da essi iniziata e alecremenente proseguita.
- I Certosini, con una lenta perchè ultra secolare, ma incessante progressione, veri banchieri dello Stato milanese, diventano i feudatari del luogo (1534). Bene si comprende come si profili presto, contro questa avvilippante egemonia, la lotta, altrettanto tenace, paziente, lungimirante dell'agricoltore della zona, per svincolarsi dai reticoli del potente Monastero e fruire, fin dove possibile, dei sudati prodotti del proprio lavoro.
- A metà del XVI secolo, l'uva costituisce ormai il prodotto principale ed essenziale del territorio; la coltura del vigneto, si estendeva incessantemente per configurazione del suolo, del rendimento sempre più notevole e del fatto d'essere il centro vitifero più prossimo a Lodi e a Milano.
- Nel XVII secolo ormai la vite costituisce il fulcro dell'economia locale e si afferma una tipologia di azienda il cui titolare è denominato: "particolare" (così denominato anche negli atti ufficiali), cioè piccolo proprietario che vive " conducendo or qua or là vigneti, per guadagnarsi il vivere, come il simile fa mio padre" (dirà d'un d'essi per precisare in giudizio la sua condizione il 6 aprile 1708), coltiva anche propri vigneti e ne tiene in affitto altri, triplice volto della stessa composita figura del piccolo proprietario locale, che non si smentirà mai.
- Un rapporto (28 aprile 1802) dell'Autorita di tutela alla Repubblica Italiana, ci da informazioni importanti sulla produzione del vino: "in passato" i vini della collina erano "ricercatissimi per naturalezza e bontà", avevano "un credito incredibile", si vendevano ad esercenti e privati anche lontani; la produzione più scarsa era la migliore; col rialzo dei prezzi, proprio di quel tempo, tutta la collina fu ridotta a vigneto. I viticoltori dapprima dovevano vendere le uve per mancanza di vasellame e necessità di contante; le migliori condizioni economiche consentirono allora di vinificare.
- ".....I Colli di San Colombano sono amenissimi. Situati in una grandissima pianura e affatto disgiunti da altri luoghi eminenti, si presentano queste alture da ogni parte vedute, brillanti e graziose". Con queste parole il conte milanese Carlo Verri, descriveva la realtà di San Colombano, sulla quale si soffermava lungamente nei suoi "discorsi intorno al vino e alla vite" (1824). Una realtà che non riguarda soltanto le bellezze paesaggistiche ma, soprattutto, la qualità dell'uva e del vino prodotti. Definì "....ammirabile l'arte con la quale si forza su questi colli da dare maggior prodotto". Un risultato raggiunto grazie all'abilità e capacità dei vignaioli locali, per i quali la coltura della vite, sempre secondo Verri, aveva raggiunto ".....l'apice della perfezione ...."
- Nell'800 la fama dei vini di San Colombano fu riconosciuta dagli studiosi di enologia e dagli estimatori del buon bere tant'è che alcuni paragonarono il vino delle Colline di San Colombano a quelli della Valtellina. Tra questi Adriani Balbi compilò nel 1840 una descrizione dei migliori vini lombardi sull'"Enciclopedia popolare" di Torino in cui notava che " i vini maggiormente stimati accanto a quelli della Valtellina "erano " i vini di Rocca d'Angera, Faito presso Varese in Castellanza, San Colombano presso Lodi".
- Dai rapporti stesi per l'inchiesta agraria curata da Stefano Jacini, nel 1882, si apprende che le Colline di San Colombano per la bontà del loro vini "nulla hanno da invidiare ai colli vitati del vicino Piemonte".
- Sono importanti i dati del 1938 dello storico locale, Curti Pasini, riferiti al solo comune di San Colombano. Il territorio era di 1511 ettari, di cui 119 ettari occupati da fabbricati, acque, strade e sterili.; 820 ettari sono coperti da vigneto specializzato, che dà una media di 127 q.li per ettaro, 280 sono a colture promiscue con vigneto, 395 a seminativo, 16 a prato e pascolo; la produzione annua è di 100 mila quintali d'uva da vite specializzata, 12 mila da vite promiscua; l'uva da tavola prodotta è di circa 6 mila quintali; viene prodotta anche frutta fresca (ciliege e fichi) per circa 3 mila quintali. Gli abitanti ammontano a circa 6900 di cui oltre il 50% dediti all'agricoltura.
- " Teatro di operosità intelligente, di bravi agricoltori che hanno fatto della vite e dei fruttiferi la loro passione e la loro fede" dirà un competente, S. A. Arturo Marescalchi (16 aprile 1933).
Nel dopoguerra l'esodo dall'agricoltura tocca anche la collina di San Colombano. Appaiono i primi terreni incolti, non a vigneto, abbandonati sono soprattutto quelli meno vocati, difficili da lavorare. Inizia una lenta trasformazione per adattare i vigneti alla meccanizzazione, che comunque per le caratteristiche della collina non raggiunge livelli molto alti.
- Negli anni '70, con l'inizio della sperimentazione viticola sul nostro colle, da parte dell'Università degli Studi di Milano, ha inizio un ulteriore miglioramento qualitativo che continua tuttora. Diverse aziende si attrezzano di moderne tecnologie di cantina, e inizia una trasformazione tecnica della conduzione dei vigneti, favorita e stimolata dai risultati ottenuti nel vigneto sperimentale "Moretto" di proprietà del comune di San Colombano, seguito dell'Università degli Studi di Milano. Diversamente da come era allevata la vite, con il tradizionale sistema di allevamento a pergola, semplice o doppia, molti nuovi impianti vengono fatti con il sistema a guyot, a cordone speronato basso o a casarza, con fittezze d'impianto medio alte; per una equilibrata gestione del vigneto la non coltura diventa la tecnica più usata: tutti accorgimenti per ottenere il massimo risultato dalla vigna e puntare ad una produzione di qualità.

- Nel 1984 ottiene il riconoscimento di zona a denominazione d'origine che prende il nome del Santo Irlandese capostipite di quest'affascinante storia di uomini e territorio, la cui immagine stilizzata diventa il marchio del vino Doc "S. Colombano".
- Scomparsa, o quasi, la figura del "particolare", la coltivazione è portata avanti da produttori part-time e da un gruppo di piccole e medie aziende, molte rimaste a conduzione famigliare, che forti dell'attaccamento alla loro terra , con passione e tenacia hanno iniziato un processo di rivalutazione della viticoltura e della produzione del vino, dove la loro professionalità e i loro investimenti stanno aprendo orizzonti di qualità e di tipicità molto importanti per questo piccolo territorio collinare. Le loro cantine sono sparse alcune in collina in mezzo ai vigneti, altre ubicate in vecchie costruzioni signorili o armonicamente inserite nei paesi collinari, quasi tutte aperte per visite e degustazioni, dove genuinità e accoglienza sono il biglietto da visita per una scampagnata all'insegna del buon bere.
- Con la vendemmia 1995, la zona di produzione del vino Doc San Colombano è anche zona ad Indicazione Geografica Tipica (I.G.T.) "Collina del Milanese".
- Negli ultimi anni la produzione si è ridotta di molto rispetto a 50-60 anni fa; sono state abbandonate le zone meno vocate, la coltivazione non è più intensiva. I dati di produzione della vendemmia del 1998 riportano che l'uva prodotta su tutta la collina è di circa 27 mila quintali. Un dato importante è il continuo aumento delle uve rosse per la produzione del S. Colombano Doc, produzione che negli ultimi 4 anni è raddoppiata e ha raggiunto il 30% del totale, cieca 8 mila quintali; le uve rosse e bianche denunciate per la produzione dei vini ad Indicazione Geografica Tipica "Collina del Milanese" raggiungono il 27%, circa 7 mila quintali. Più della metà della uva, circa il 57%, produce vini che portano il nome del territorio Doc e Igt, a significare l'impronta di tipicità dei vini della zona e del rafforzamento del legame prodotto-territorio.